McQueen, che ricopriva le donne di armature
Alexander McQueen, nato Lee – e così lo chiamano affettuosamente le penne più importanti del giornalismo di moda in atteggiamento adorante – aveva 40 anni e ancora si portava appiccicata addosso l’etichetta di enfant prodige, di hooligan della moda britannica, di trasgressivo e provocatore a tutti i costi.

C’è chi scrive che non ha sopportato la morte della madre, avvenuta soltanto pochi giorni fa, chi che non ha mai superato quella della cara amica, nonché prima mecenate, Isabella Blow, morta nel 2007. Qualcuno ancora punta sulla carta della teatrale trasgressione del fu figlio di un tassista divenuto una star. Fisico massiccio (gli diedero di Cicciobello), capelli rasati e Doc Martens ai piedi, quando fu assunto dallo storico marchio Givenchy per sostituire il connazionale John Galliano (altra testina calda) giudicò la sua prima collezione “un vero schifo” e se ne andò anni dopo – in direzione Gucci - dicendo che quella maison “limitava la sua creatività”.
Mandò in passerella una modella senza gambe e macchine che spruzzavano gli abiti di vernice, per creare usò piume (con reprimende degli animalisti) e capelli (con l’ammirato disgusto di tutti gli altri). Di sé stesso diceva di essere “la pecora rosa della sua famiglia”, si era sposato a Ibiza con George e con Kate Moss come damigella d’onore. Ma soprattutto era colui che aveva guidato, alla fine degli anni Novanta, la rinascita modaiola della Cool Britannia, partita con lui dalla Saint Martins School e arrivata sulle passerelle di tutta Europa fino a conquistare i vertici dei maggiori marchi. Lascia un impero miliardario senza sovrano e una sfilza di star dello spettacolo che uscivano in pubblico soltanto con le sue creazioni addosso. Oltre a un presunto fidanzato impietosamente paparazzato mentre oltrepassava la barriera della polizia di Mayfair.